La rinuncia di Papa Benedetto è valida, o è viziata da un errore sostanziale?

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Se Papa Bendetto XVI mediante l’atto espresso nella sua dichiarazione, « Non solum propter », ha rinunciato o meno all’ufficio del Vescovo di Roma?

UNA QUESTIONE DISPUTATA

di Frà Alexis Bugnolo

Lo Stato Attuale della Questione

L’eminente teologo vaticano ed ex membro della Congregazione per la Fede, Monsignor Nicola Bux, ha pubblicamente affermato che la questione della validità delle dimissioni di Papa Benedetto XVI andrebbe studiata, e precisamente per ciò che sembra essere un errore sostanziale, contenuto nell formula di rinuncia usata da Papa Benedetto XVI l’ 11 Febbraio 2013.

Il Mons. Bux non è stato l’unico a sollevare questo problema. In effetti, i dubbi sulla validità dell’atto di dimissioni sono stati evidenziati immediatamente dopo la notizia. Flavien Blanchon, un giornalista francese che lavora a Roma, ne scriveva appena 2 giorni dopo, citando un eminente studioso latino che aveva notato la presenza di errori contenuti nel testo della rinuncia, osservando che la presenza di qualsiasi errore, secondo la tradizione canonica, fosse da considerarsi causa di mancata deliberazione, con conseguente nullità dell’atto.

Un anno dopo Antonio Socci ha posto apertamente la questione. Le dimissioni potrebbero non essere valide, per mancanza di voglia, cioè della volontà interiore della quale poteva disporre Benedetto. Nello stesso anno abbiamo il notevole studio di Padre Stefano Violi, Professore di diritto canonico presso l’Istituto teologico di Lugano, in Svizzera: ”La rinuncia di Papa Benedetto XVI tra storia , legge e consapevolezza” , 2014, un esame approfondito dell’argomento dal punto di vista del diritto canonico. Leggere questo contributo è obbligatorio per la ricca citazione tratta dalla storia canonica delle dimissioni papali e tuttavia, pur senza sollevare il problema dell’invalidità canonica dell’atto. Ma, questo studio di Padre Violi, nell’inquadrare la questione delle dimissioni sotto il profilo del ministero attivo, e non riguardo al munus, ha chiarito che la questione dell’Errore Sostanziale è un problema vero, presente nel testo, che riguarda dunque l’atto stesso.

Tuttavia 19 giugno 2016 Ann Barnhardt, dagli Stati Uniti, ha sollevato specificamente la questione del dubbio derivante dal canone 188 , che sottolinea come l’errore sostanziale, in qualsiasi caso, sia base idonea e sufficiente a sostanziare i motivi per una determinazione canonica nel senso dell’invalidità dell’atto. Intervento, questo, successivo ai notevoli commenti del segretario personale di Papa Benedetto, del 20 maggio, ove si affermava che Benedetto occupasse ancora l’ufficio papale. Ancora: Il blogger Sarmaticus, in Inghilterra, ha discusso la questione sollevata dalle parole di Ganswein il 5 agosto 2016, sottolineando il significato di ciò che l’arcivescovo aveva detto all’ Università Gregoriana, in un post intitolato: Il rasoio di Occam trovare : Benedetto ancora papa , Francisco è un papa falso , la Chiesa universale versa in un stato di necessità sin dal 24 aprile 2005.

Anche il Vescovo emerito del Corpus Domini, in Texas, negli Stati Uniti, ed ex membro dell’Opus Dei, Monsignore René Enri Gracida ha sollevato lo stesso dubbio, ed anche altri, sulla validità delle dimissioni. Sono a conoscenza che il Vescovo abbia scritto a molti membri della Sacra Gerarchia e della Curia su queste questioni per sollecitare l’azione da intraprendere. (cf. abyssum.org : Suggerisci una dichiarazione pubblica di 12 cardinali prima di Bergoglio).

Secondo quanto riferito da Ann Barnhart, l’anno successivo, anche l’avvocato Chris Ferrara e la signora Anne Kreitzer nutrivano lo stesso dubbio. Lo storico Richard Cowden Guido ha detto la stessa cosa l’11 maggio 2017. Il famoso scrittore italiano Antonio Socci , ha citato attentamente il Violi il 31 maggio 2017, ed anche lui ha condiviso e sostenuto la stessa tesi. 11 agosto 2017, in Sud America: lo spettacolo televisivo cattolico Café con Galat in un’edizione in lingua inglese ha discusso i motivi per i quali Papa Benedetto XVI rimane il vero papa. E’ stata sottolineata tanto la mancanza di libertà nell’atto quanto la questione relativa alla mancanza di conformità ex Canone 332 §2 in combinato disposto con Canone 188.

Un po’ prima del marzo 2018 padre Paul Kramer negli Stati Uniti ha ugualmente sostenuto la nullità delle dimissioni ex canone 188, per mancanza di conformità ex al canone 332 §2 , ove viene detto ministerium invece di munus. Ancora: nel Maggio dell’anno scorso al più tardi, il Padre Juan Juárez Falcón in Spagna ha presentato la motivazione canonica dell’invalidità delle dimissioni sulla base dell’errore stanziale, in un articolo intitolato ” Due motivi gravi “. In coincidenza temporale anche Il Dr. José Alberto Villasana Munguía ha svolto le stesse considerazioni il 27 giugno, dal Messico.

Ed infine abbiamo Papa Benedetto XVI che ci offre un indici offre un indizio di interpretazione autentica, anzi zio di interpretazione autentica, anzi qualcosa di più, nelle sue lettere private al cardinale tedesco Brandmüller, pubblicate nell’estate del qualcosa di più, nelle sue lettere private al cardinale tedesco Brandmüller, pubblicate nell’estate del 2018, ove chiede 2018, ove chiede apertamenteapertamente suggerimenti riguardo alla maniera migliore di dimettersi, nel caso suggerimenti riguardo alla maniera migliore di dimettersi, nel caso ciò non fosse giciò non fosse già avvenuto nella maniera corretta.à avvenuto nella maniera corretta.

Dunque sono tanti i cattolici di spicco a sostenere questo dubbio, e poiché il teologo Nicola Bux ha richiesto un’indagine su questo argomento, aggiungerò qui in forma scolastica qualche ragione in favore della nullità, in corso dei quali rifiuterò tutti gli argomenti sostanziali contrari ad esso.

Tutti gli argomenti pro e contro devono intedersi nel constesto di canoni,

124 §1, che legge: “Per la validità di un atto giuridio si richiede che sia postao da una persona abilpersona abile, e che in esso ci sia ciò che costituisce essenzialmente l’atto stesso, come pure le formalità e i requisiti imposti dal diritto per la validità dell’atto.

188,  che legge: La rinuncia fatta per timore grave, ingiustamente indotto, per dolo o per errore errore sostanziale, oppure con simonia, è irritus per il diritto stesso.

332 §2, che legge: Se capita che il Romano Pontefici rincunci al suo munus si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata e al contrario non si richiede che qualcuno la accetti.

È importante anche notare, per le persone di madre lingua tedesca che il Codice di Diritto fornisce una traduzione erronea per munus, come Dienst, in canone 145 §1, dove se la parola latina venisse tradotta si dovrebbe renderla come Verantwortung che è la traduzione del sinonimo giusto per munus in latino, come in latino, come onus (onere).

Per il resto, scaricare il documento intero in PDF.

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(See the English original for the footnotes)

Veri Catholici: An Open Letter to Cardinals Burke and Sarah

Their Eminences, Cardinals Burke and Sarah

The International Association « Veri Catholici » has published this open Letter to the Cardinals, on their twitter feed at @VeriCatholici. I post it here (in its unrolled format) for the sake of those who do not have a Twitter Account.

Here beings the Introduction, with the first paragraph of the Letter subordinated to it:

The rest of the text of the open Letter continues here:

“It’s also evident that canon 124.1 and canon 188 require that the proper object of canon 332.2 be posited, namely the renunciation of the munus, otherwise, in virtue of canon 188, the substantial error of doing otherwise invalidate the act ipso iure!

“Now if a pope should act in violation of Canon 332.2, since in doing so he would injure the rights of the whole Church to know who is and who is not the true Pope, he would have to apply canon 38 derogating from the discrepancy. But Benedict did not do anything of the kind!

“Therefore, he is still the pope, and canon 359 invalidated the Conclave of 2013. Also, on this account, all the Cardinals and Bishops ARE WRONG to reason from their presumption that Francis is the pope toward any conclusion. As he never was. He is an antipope, a usurper.

“Nor can one argue that the Pope, being above canon law, is above Canon 332.2, because that canon enshrines merely the principles of the Natural Law, which are superior to the Pope and from which he CANNOT dispense!

“One aspect of which is the semiotic law, whereby the being of a thing cannot in a forensic act be rite manifestatur by a term which signifies an accident of it.

“Take this example. A pope has the habit of calling the burden of his work, Bananas. And one day while shaving says, I am renouncing Bananas. Can the Cardinals lawfully proceed to elect another, if the Pope says nothing more? No, because Bananas is not a due term for a legal act.

“Even if he said, I am renouncing bananas, during a solemn Consistory of the Cardinals, they could not proceed to elect another. Not even if he commanded them or allowed them explicitly to do so, because until he says I renounce the Papacy, Christ does not remove the office!

“These Cardinals also need to recognize that the criteria employed to determine validity in contractual law is not the same in beneficiary law. For in contractual law, as is used in Annulments evidence regards whether there was a right intention, this is principal.

“But in beneficiary law, which regards bequests, the intention has no force, what matters is only the verbal signification of the act of bequest. Renunciations fall under beneficiary law, not contractual law. This is the fundamental legal error of the Cardinals and bishops.

“For just as it is impossible for anyone to be the Pope unless he succeeds to the Chair of Peter, the office, so it is impossible for anyone to renounce the Papal Office unless in a forensic act there is an explicit renunciation of that office.

“The case is analogous to property law, wherein no one is the rightful owner of the same single property, until the one who holds the property rights renounces them in a legal act. Renouncing only the usufruct (ministerium) does not grant the title to the successor in law.

Gänswein, Brandmüller & Burke: Please read Canon 17!

by Br. Alexis Bugnolo

 

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February 14, 2019 A. D. — Today Diane Montagna’s article, entitled, “Did Benedict really resign? Gänswein, Burke and Brandmüller weigh in,” was published at Life Site News.

First, let me say a big thank you to Diane Montagna for bringing the controversy to the greater attention of the general public. In this way, all Catholics, who have a right to know of its existence, can at last be informed.

However, I do not praise the article’s author for the article itself, which in all frankness, I must say is full of sophistic arguments:  that is false manners of argumentation, and even false assertions, all marshaled in an attempt to demonstrate that Pope Benedict XVI did validly resign, and that everything His Holiness and his private secretary have said about this, is to be ignored!

I find it shocking that two Cardinals, to defend the validity of the resignation, have resorted to telling the whole world not to pay attention to what the Pope has said about the meaning and effect of his own act!  This is tantamount to rebellion against the papacy, in my mind!

I also wish to contradict the attempt by the article to smear Catholics who hold that the resignation is invalid as persons who are NOT knowledgeable about Church Law, the text of the papal resignation, or who are excessively scandalized by Bergoglio. As I pointed out in my previous article on How Usurpation of the Papacy leads to Excommunication, all those involved in asserting an invalid resignation is valid are risking excommunication for schism and positing acts which only a pope can do.  So they have a lot of reasons to ignore a serious and just consideration of the facts, especially if they just went along to get along.

But enough of preamble. let’s examine the sophisms in Montagna’s Article, in order of their appearance.

  1. Archbishop Gänswein dismisses the argument as making no sense.  So since he confesses not to understand it, there is really nothing proved by quoting him. I will observe that in German, which is the Bishop’s ancestral tongue, there is no equivalent of ministerium, munus and officium except by one word. So its easy for a German thinker to miss the problem of saying ministerium instead of munus. What the Archbishop says previously contradicts what he says now, so he probably was thinking in German then or is now. But surely he can understand the controversy, seeing that I sent him last month, with proof of delivery, a printed copy of my entire Disputed Question on the topic. But then again, maybe he cannot read English?
  2. Later on in the article, after quoting Archbishop Gänswein as saying openly that Benedict did NOT resign the PAPAL OFFICE, Montagna quotes an anonymous theologian as sustaining,

    supporters of this opinion need to show that Pope Benedict understood the munus and the ministerium as referring to two different realities.

    Ugh, what can one respond to such ignorance? Other than that Canon 17 requires that Canon 332 §2 be read in accord with the meaning of canon 145 §1 and canon 41, which reading amply demonstrates that the Supreme Legislator Himself, Pope John Paul II, in promulgating the new Code of Canon Law requires that ministerium and munus be understood as referring to two different things. — Those who are faithful Catholics, therefore, already know they refer to two different things, because the Pope orders us to do so!

  3. Then the same anonymous theologian quotes canon 15 §1 (actually he quotes §2, but I think that is an error), as saying that the resignation must be presumed valid. But that canon says that a law, which expressly invalidates an act, invalidates even if the one positing the act is ignorant of the law. Thus this canon argues against the validity of the resignation, not for it!
  4. Then the same anonymous theologian confuses the annulment process with this controversy, saying that Catholics who think the resignation is or may be invalid, must wait for the judgement of the Church!  Actually, canon 188 says that resignations made in substantial error are invalid by the law itself. That means, they are invalid before any sentence of any court determines the facts: they are null, void and never had any legal effect.
  5. Then, the article quotes Dr. Roberto de Mattei, who cites Canon 124 §2. — As an aside, I would ask that Dr. de Mattei respond to my criticism of his previous error of attempting to raise an opinion of late scholasticism to the level of an interpretative principle of canon law, in contradiction to the obligation of canon 17 — But that canon also contradicts Dr. de Mattei, because it regards only acts which are manifestly conform to the obligations of the law, when in the present controversy one deals with a prima facie non conformity! That is, with the fact that at first glance at the Latin of Non solum propter (Text of apparent resignation) and canon 332 §2, they are not speaking of the same things! For the former renounces the ministerium, but the latter refers to resignations of munus.
  6. Then Dr. de Mattei attempts again to flip a canon. This time its canon 1526 §1, the burden of proof is upon him who asserts.  Seeing that it is the Cardinals and Dr. de Mattei who long ago asserted first of all that the resignation is valid, the burden of proof is rather on them! That is why, the mere fact that the Cardinals and the entire Vatican have never published a canonical affirmation of the validity is a strong argument they have NEVER examined if it was. But in the case of a resignation, a Cardinal Elector is gravely bound to personally verify that the resignation is valid, because otherwise he will participate in an illicit Conclave and elect and Anti-Pope!
  7. Then, Cardinal Brandmuller attempts to flip two sound dicta: de internis non iudicat praetor (a praetor does not judge of things internal) and quod non est in actis, non est in mundo (what is not in the act does not exist in the world). I say this, because he cites these to argue that those who doubt the validity of the resignation are in error. However, since those who doubt the validity, as I do, do not base our arguments on interior intentions, nor on suppositions, but on the text of the act of renunciation itself, we are acting in perfect harmony with those dicta. Nay, rather, its Cardinal Brandmuller and Burke and Gänswein who violate these, because they say the Pope intended to resign the munus, therefore he did resign the munus, and that ministerium means the munus which is not renounced in the text, because the Pope intended to resign the munus, they judge the Pope’s intention not the act itself!
  8. Then, Cardinal Burke is quoted as saying: “I believe it would be difficult to say it’s not valid.” This, I will admit — for those who have not read the Code of Canon Law and studied this question of substantial error on account of not saying munus nor referring to the office — might be difficult to prove, because many are ignorant of the Canon Law and its obligations. But for those who do, or should know it, it is not!  — Just see my disputed question on it. You can find it in Spanish translation here. In that Question, I carefully examine and refute the 19 reasons alleged for the validity and marshal 39 arguments, drawn from Canon Law, Theology, Philosophy, etc. against the validity.
  9. Finally, Cardinal Burke is quoted as saying: “It seems clear to me that Benedict had his full mind and that he intended to resign the Petrine office.” — Having given no argument but his speculation about the intention of what Pope Benedict XVI intended to say, other than to deny what he expressly has said on other occasions, the opinion of this eminent Canonist must be disregarded as any gratuitous unproven declaration which runs counter to the facts is disregarded.

In conclusion, I would ask these three eminent prelates to read Canon 17. Therein, Pope John Paul II obliges all Catholics to understand canon 332 §2 in a specific manner. In that manner, it can be seen that there is no question at all that the renunciation of Benedict is invalid by reason of substantial error (canon 188) in thinking that a renunciation of ministerium effects a renunciation of the papacy.

I believe that the Cardinals in particular, perhaps out of their familiarity with the Annulment process which focuses on the intention as the formal principle of the validity of the bond of Matrimony, are missing the point of the teaching of Pope Boniface VIII (Decree of Boniface VIII (6th vol), 1.1, T.7, Chap. 1: De Renunciatione:) that papal renunciations deal formally with the verbal signification of the act, not on the intention of the one renouncing. Also, they differ significantly in this, that the power to tie the bond of marriage consists in the ones who take marriage vows. But the power to remove the munus of the papacy is held exclusively by Christ the Lord in glory, who has promised Peter to uphold the letter of Canon Law promulgated by his successor, Pope John Paul II, in canon 332 §2, and Who cannot act unless the renunciation expressly conform itself to that canon.

 

La validez de la renuncia de Benedicto debe ser cuestionada, Parte II

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Por el Hno. Alexis Bugnolo

En el artículo anterior titulado La validez de la renuncia de Benedicto debe ser cuestionada, Parte I, recité la historia de la controversia sobre la renuncia del Papa Benedicto XVI sobre el tema del error sustancial en la renuncia y luego procedí a explicar más de 20 argumentos en contra de validez.

Aquí, enumeraré los argumentos para la validez, en la medida en que los encuentre y los entienda. Si usted conoce sobre más argumentos, favor de avisarme en la sección de comentarios a continuación. Después de cada argumento a favor de la Validez, publicaré, para conveniencia del lector, el argumento en contra, que se desvía de esta pequeña manera de la forma escolástica adecuada. No hay un orden particular entre los argumentos, pero los más fuertes están al final.

¿Ya sea que el Papa Benedicto XVI, mediante el acto expresado en su discurso “Non solum propter”, renunció a la oficina del Obispo de Roma?

Ad contrarium:

Y parece que lo hizo:

  1. Porque, el Papa Benedicto XVI como Papa está por encima del Derecho Canónico. Por lo tanto, no necesita renunciar según la forma del Canon 332 §2. Por lo tanto, renunció válidamente.

Ad obj. 1: Argumentar que el Papa está por encima de la Ley Canónica, y por lo tanto la renuncia es válida, es un sofismo, que cuando se examina es equivalente a otras 2 proposiciones erróneas, a saber: “El Papa como Papa está por encima de la ley canónica, ergo etc.” y “El Papa como el hombre que está por encima de la ley, ergo etc.”  A la primera, le diré: En primer caso, es verdad que el Papa está por encima del Derecho Canónico. Sin embargo, el Papa, al renunciar a su cargo, no renuncia como Papa, sino como el hombre que es el Papa. Por lo tanto el argumento es praeter rem. Al segundo, digo: es falso decir que el Papa como el hombre que es papa está por encima de la Ley Canónica, porque la mente del Legislador del Código de Derecho Canónico, el Papa Juan Pablo II, en el canon 332 §2, expresamente declara cuándo una renuncia papal es tal y debe considerarse válida. Por lo tanto, si un Papa renunciara de una manera que fuera válida, pero que los Fieles tuvieran que considerar como inválida según la norma de ese Canon, habría caos en la Iglesia. Sin embargo, al interpretar la mente de un legislador, no se puede suponer ninguna tesis que haga que la ley sea defectuosa. Por lo tanto, el Papa Juan Pablo II tuvo la intención de atar al hombre que es papa, en una resignación papal. Por lo tanto, el segundo es falso también.

  1. Porque está claro que el papa Benedicto quiso renunciar. Por lo tanto, él renunció. Por lo tanto, su renuncia es válida.

Ad obj. 2: Argumentar que el Papa quiso renunciar, por lo tanto renunció, es emplear un sofismo que oculta un término medio no distribuido. Porque si el Papa quería renunciar al ministerio del oficio, entonces renunció al ministerium. Pero tal renuncia no se conforma con el Canon 332 §2, ya que el canon no renuncia al munus. Por lo tanto, no es válida. Del mismo modo, si el Papa quería renunciar al munus, entonces NO renunció al munus si es que dijo ministerium. E incluso aunque él creyó haberlo hecho, es inválido, según el canon 332 §2 de acuerdo con el acto, y de acuerdo con el canon 188 debido a un error sustancial.

  1. Debido a que el Papa Benedicto, después de su renuncia, declaró públicamente que renunció válidamente, entonces renunció válidamente.

Ad obj 3: Argumentar que el Papa renunció válidamente porque después de su renuncia declaró públicamente que renunció válidamente, es emplear un subterfugio. Porque en esa declaración pública declara que renunció válidamente al ministerio petrino. Que renunció válidamente al ministerio petrino, no se disputa. Pero si eso es lo que él renunció, entonces no renunció al munus. Por lo tanto, ese acto no efectuó una renuncia al oficio. Por lo tanto, si se afirma que es una renuncia papal válida, la afirmación es falsa según el canon 332 §2.

  1. Porque, el Papa Benedicto, después de su renuncia, declaró públicamente que renunció libremente, por lo tanto renunció.

Ad obj. 4: Es cierto que la libertad en una renuncia es una de las condiciones necesarias para una renuncia papal según el Canon 332 §2, pero no es cierto que sea la única condición. La primera condición es que sea una renuncia de munus. No era. Por lo tanto, este argumento es praeter rem.

  1. Porque el Cardenal Sodano, como Decano del Colegio de Cardenales, al convocar al Colegio, actuó como si fuera válido, por lo tanto, es válido.

Ad obj. 5: No hay un Canon de la Iglesia o una delegación especial del Romano Pontífice que tome la decisión del Cardenal Diácono de llamar a un cónclave eficaz de la validez de una renuncia inválida, o autoritativamente determinante de la validez de una renuncia. Por lo tanto, que lo haya hecho, no prueba nada. No, el canon 332 §2 lo niega expresamente.

  1. Debido a que el Colegio de Cardenales se reunió para elegir un Sucesor del Papa Benedicto, por lo tanto, mediante ese acto declarado o hecho, la renuncia fue válida.

Ad obj. 6: No existe un Canon de la Iglesia o una delegación especial del Romano Pontífice que tome la decisión del Colegio de Cardenales de conciliar o elegir a un Papa, eficaz de la validez de una renuncia inválida, o autoritativamente determinante de la validez de una renuncia. Por lo tanto, que lo hayan hecho, no prueba nada. No, el canon 332 §2 lo niega expresamente.

  1. Porque todo el Colegio de Cardenales después de la renuncia y después del Cónclave de 2013 actúa y sostiene que Jorge Mario Bergoglio es el verdadero y válido Papa.

Ad obj. 7: Respondo lo mismo que para obj. 7.

  1. Porque todo el mundo acepta que Jorge Mario Bergoglio es el Papa Francisco.

Ad obj. 8: El canon 332 §2 al decir, “y no que sea aceptado o no por nadie” en su frase final, lo niega expresamente. Por lo tanto, es falso.

  1. Porque, un católico debe sostener como papa, a quienquiera que los cardenales, o los obispos, o el clero de Roma, sean el papa.

Ad obj. 9: Respondo lo mismo que para obj. 8.

  1. Porque la elección de un Papa por los Cardenales es un hecho dogmático, que todos los católicos deben aceptar.

Ad obj. 10: Si bien es cierto que la elección válida de un Papa por parte de los Cardenales es un hecho dogmático que todos los católicos deben aceptar, no es cierto si la elección no fue válida. Pero una elección no es válida si el Papa anterior aún vive y aún no ha renunciado válidamente. Por lo tanto, esta objeción no es válida, en la medida en que la renuncia sea inválida. Por lo tanto, de su propio ser es insuficiente para probar el punto argumentado.

  1. Debido a que la renuncia del papa Benedicto XVI es un acto papal, que no puede ser cuestionado, según el anexo: prima sedes a nemini iudicatur.

Ad obj. 11: Si bien es cierto que los actos del Romano Pontífice son actos jurídicos que no pueden ser cuestionados, no es verdad que las declaraciones hechas en primera persona por el hombre que es Papa, que son la materia de tales actos o declaraciones, no pueden ser juzgadas. El canon 332 §2 demuestra que tal acto puede ser juzgado ya que el canon juzga tales actos. Que tal materia del acto papal no es un acto del papa como papa, ya se ha demostrado anteriormente. — Si dice que el acto de declaración es un acto papal, no el acto del hombre, por lo tanto, debe considerarse válido, ya que el Papa es el legislador supremo y el árbitro del significado de los actos canónicos, debe responderse que la declaración (“Yo declaro”) se hace en la primera persona del singular, no en la primera persona del plural, por lo que el legislador supremo ya ha renunciado explícitamente a su papel en la declaración de renuncia.

  1. Porque, un católico con buena conciencia debe suponer que si la renuncia no era válida debido al uso de la palabra ministerium no munus en la frase clave del acto, los Cardenales, de acuerdo con el canon 17, se demostraron a sí mismos que el Santo Padre, El Papa Benedicto renunció lo suficiente al papado, o que celebraron un consejo privado con el para conocer su sentido y significado, momento en el que significó en privado que había renunciado al papado al renunciar al ministerio del papado.

Ad obj. 12: Si bien es cierto que un católico debe estar dispuesto a presumir tal cosa, tal presunción no hace válida una renuncia inválida. No, de acuerdo con el Canon 332 §2, se debe tener en cuenta que la causa final de una renuncia inválida es que no se manifiesta de acuerdo con la norma de la ley (rite manifestatur). Cuya norma requiere un acto público que es un acto presenciado por lo menos con 2 testigos y hecho verbalmente.  Tal acto nunca ha sido publicado. Entonces, incluso si se hiciera, es un acto secreto y no haría una renuncia inválida, válida.

  1. Debido a que el Papa Benedicto dijo: declaro que renuncio al ministerio, …que me fue confiado por medio de los Cardenales, … , asi que la Sede de San Pedro quedará vacante en”, indicó claramente que su renuncia era para efectuar una perdida al oficio (munus). Por lo tanto, su renuncia estuvo de acuerdo con el Canon 332 §2, a pesar de no usar explícitamente la palabra munus, ya que ese Canon requiere su validez. Por los tanto, la renuncia fue válida.

Ad obj. 13: Esta objeción fue refutada en los argumentos de la Primera Parte, pero su complejidad merece una respuesta más completa para aquellas mentes que no pueden entender cómo es inválida. Primero, como se demuestra en la Primera Parte de este Artículo, una renuncia es válida si incluye una renuncia de munus, no es válida si no lo hace. Y de acuerdo con Canon 17, si hay alguna duda sobre si munus está incluido en el Canon 332 §2 como una condición sine qua non o de acuerdo a su significado en un sentido más amplio, uno debe tener recurso a otras partes de del Derecho, la tradición canónica, y a la mente del Legislador (Juan Pablo II) del Código. Como se ha mostrado en otra parte, no hay base para un argumento del canon 17 de que ministerium puede significar munus. Sin embargo, como ministerium es seguido por 2 cláusulas subordinadas, el argumento de que no es válido, debe responder a esa condición. En latín, algunas cláusulas subordinadas pueden alterar el significado de la cláusula principal. Y es cierto que hay una forma poética, en la que parte de una cosa puede sustituir al todo, como cuando en la Misa en el Rito Latino decimos: “Entres a mi casa” para que signifique “Vengas a mi alma”. Sin embargo, con respecto al latín del texto de la renuncia, decir, “que recibí de las manos de los Cardenales” no impone ninguna necesidad de referencia al Ministerio Petrino per se, porque Ratzinger también en ese momento recibió el ministerio Episcopal y Pastoral de la Diócesis de Roma. La segunda cláusula, “asi que la Sede de San Pedro quedará vacante”, se ha demostrado en la Parte I que no requiere ninguna necesidad. Para aquellos que no entienden la gramática latina, esto necesita ser explicado. Porque, en una cláusula subordinada como “asi que … quedará vacante”, la cláusula es una cláusula de propósito del tipo que comienza con la partícula “ut“, y por lo tanto es una cláusula pura de propósito que indica solo una meta. Si la clausula subordinada de propósito hubiera comenzado “de tal manera que” (quomodo) o “de tal manera como para” (in tali modo quod) hubiera sido una cláusula de propósito de tal característica que tuviera el poder de alterar la manera de significado en la clausula primaria, y permitir el uso de significado metonímico, eso es, cuando una parte refiere al todo. Como el Papa Benedicto no dijo nada de ese tipo, esta forma de leer la cláusula subordinada no es posible. Por lo tanto, sigue siendo inválido. Sin embargo, incluso si se tuviera un significado metonímico, sigue siendo inválido según el Canon 332 §2, ya que no se manifestaría debidamente. Porque como si alguien pronunciara los votos matrimoniales diciendo: “Te tomo como mi empanada vienesa” en lugar de decir “Te tomo como mi esposa”, sería necesario recurrir a una interpretación para hacer que la frase signifique tomar una esposa, por lo que en un acto de renuncia, cualquier forma de significado metonímico rendiría inválido el acto porque públicamente no manifiesta la intención debidamente.

  1. En su acto de renuncia, el Papa Benedicto XVI declaró dos cosas. El primero con respecto a su renuncia, el segundo con respecto a la convocación de un cónclave “que un cónclave para elegir a un nuevo Sumo Pontífice sea convocado por aquellos cuyo deber es”. No habría dicho esto si su intención no fuera renunciar a la oficina del papado. Por lo tanto, renunció a la oficina del papado.

Ad obj. 14: Este argumento es una combinación de dos argumentos, uno de los cuales se ha refutado previamente, a saber, aquel que se refiere a su intención, que fue refutado en Ad obj. 2.  Aquí responderé al otro que se refiere al comando papal de convocar un cónclave. Dado que el Papa declaró que se convocaría un cónclave para elegir a un nuevo Romano Pontífice constituye la segunda cláusula independiente de su verbo, “Yo declaro”. Por lo tanto, es lógicamente independiente y no tiene ninguna necesidad en la alteración del significado de la primera cláusula, que se refiere a la renuncia.  Por lo tanto, si la renuncia no se manifiesta debidamente de acuerdo con el Canon 332 §2, que el Papa declara que se debe llamar cónclave es una declaración papal que está totalmente viciada por el error sustancial en su primera declaración. Así, el canon 188 invalida la ejecución de este mando. Esto es especialmente cierto, ya que en la declaración de convocatoria, no requiere que la convocatoria se realice antes o después de que el Papa deje de ser, ni en una fecha específica o incluso durante su vida. Para ver esto más claramente, recuerde el ejemplo de los argumentos en contra de la validez, en donde un papa hipotético declara: “Renuncio a los plátanos para que el 28 de febrero, a las 8 p. M., Hora romana, La Sede esté vacía” y simplemente agregue “y que se convoque un cónclave para elegir un nuevo pontífice romano”. Como se puede ver en esta hipotética, la segunda declaración no hace válida la primera, simplemente continúa con el error sustancial: un error sustancial que también hace que el Cónclave de 2013 y todos los actos de Bergoglio como Papa sean inválidos.

  1. Canon 332 §2 requiere la renuncia del oficio. Pero ministerium también significa oficio. Por lo tanto, cuando el Papa Benedicto renunció al ministerium, renunció al munus.

Ad obj. 15 : Canon 332 §2 lee de la siguiente manera: “Si el Romano Pontífice renunciase a su munus, se requiere para la validez que la renuncia sea libre y se manifieste rite, pero no que sea aceptada por nadie.” Como se puede ver en este Canon, que es el único que se ocupa de las renuncias papales, la condición fundamental es que el Papa renuncie a su “munus“. Ahora, mientras que algunas traducciones modernas lo traducen como oficina (inglés), otras como cargo (español), otras como función (italiano), está claro en el Código de Derecho Canónico que su significado canónico principal es oficio. Esto se puede ver en su uso en los Encabezados del Nuevo Código para los capítulos sobre las Oficinas eclesiásticas. Esto se confirma mediante una cita directa del canon 145 §1, donde cada oficio eclesiástico es llamado un “munus“, no un “ministerium”. Un examen del Código también revela que un ministerium nunca se llama una “oficio”. Ahora, como el Código de Derecho Canónico requiere en el Canon 17, que el Código mismo se lea de acuerdo con la tradición de los textos canónicos, las fuentes del derecho canónico y la mente de su legislador (el Papa Juan Pablo II), estos hechos deberían ser suficientes pruebas para excluir la posibilidad de que “ministerium” se pueda leer como munus. Esto se confirma mediante la comparación del Canon 332 §2 con el canon correspondiente en el Código de Derecho Canónico promulgado bajo el Papa Benedicto XV, donde se habla de un Papa que renuncia, pero no dice a qué renuncia. Es evidente y significativo que el Papa Juan Pablo II en el código de 1983 agregó la palabra “munus” para especificar a qué se debe renunciar para efectuar una renuncia papal. También es evidente que en ese Código de Derecho Canónico “ministerium” se refiere al ejercicio de una oficio. Además, si uno examina todas las renuncias papales anteriores para las cuales hay evidencia textual de la fórmula de renuncia, siempre se encuentran las palabras que significan oficio: onus, munus. No se encuentra ministerium. Los nombres propios para los oficios se encuentran como epicopatus y papatus. O la dignidad que resulta de la oficina se nombra con las palabras honor o dignitas. Así, de acuerdo con el Canon 17, todas las fuentes de interpretación autorizada concluyen sobre 1 resultado: que un Papa solo renuncia cuando renuncia al munus, al oficio, no a la ejecución del oficio, ministerium.  Por lo tanto, incluso si el Papa Benedicto pretendía, y en privado después afirmó, afirmaba o afirmaría, que pretendía usar “ministerium” para munus, su acto de renuncia no es válido debido a ese error sustancial, en virtud del canon 188, y no puede hacerse válido por ningún acto posterior. Tendría que ser rehecho con la palabra, “munus“. Entonces, el argumento es inválido por un sofismo, de leer “munus” en su mayor según su significado en latín, pero leer “ministerium” en el menor de acuerdo con su uso vernáculo. Por lo tanto, su conclusión se alcanza a través de un término medio no distribuido, y por lo tanto también es inválida.

  1. No hay ministerium petrino sin un oficio petrino, ya que los dos son inseparables en cuanto a su derecho y ser [secundum ius et esse], según el Derecho Canónico. Por lo tanto, aunque el Canon 332 §2 requiere que un Papa renuncie a su munus para que renuncie válidamente, sin embargo, una renuncia a su ministerium es suficiente para efectuar esto porque aunque “munus” nombra el oficio papal en relación al don de Dios de gracia y deber, “ministerium” nombra el mismo oficio de acuerdo a su relación con la Iglesia. Por lo tanto, renunciar al ministerium petrino, es renunciar al munus petrino.

Ad obj. 16 : Debe decirse que este argumento debe ser respondido mediante un interemptio (eso es una refutación completa de las premisas en un silogismo), ya que es falso en sus proposiciones principales y secundarias. En su versión menor, es falso al estar basado en un error de interpretación de las obligaciones del Canon 332 §2 de acuerdo con la costumbre general de la ciencia de la teología, y no de acuerdo con la norma de ley.  En su principal, o premisa, es además falso afirmar que el ministerium no es separable de su oficio de acuerdo con el derecho en cuanto a derecho y el hecho de ser [secundum ius et esse].  Con respecto a lo primero, uno debe responder así: Porque en la ciencia de la teología, las palabras pueden tener significados diferentes con respecto a cosas iguales o disímiles.  Pero todo esto es praeter rem (irrelevante) en cuanto a una discusión del significado canónico de un acto de renuncia de un oficio eclesiástico, aún más, en cuanto a un oficio establecido por el Verbo Encarnado de Dios.  En tal asunto, el argumento debe centrarse en el oficio según su ser en la Divina Voluntad e intención, no como oficio según se entienda de acuerdo a la teología personal del hombre que es romano pontífice. Esto también es cierto con respecto a la Iglesia Romana, cuyo Novio no es el Romano Pontífice, sino el mismo Cristo Jesús, que ahora reina en la Gloria. Por esa razón, no solo está obligada a dar el consentimiento de Su voluntad al Redentor, sino también a la aprobación de Su mente. Por lo tanto, uno propondría una manera de observar la ley canónica que sería equivalente al adulterio, si uno sostuviera que era lícito que la Iglesia Romana considerara el significado de un acto canónico según la manera del mundo, la carne o incluso interpretación privada. Por lo tanto, no solo Cristo, por Su promesa a San Pedro, está obligado por el canon 332 §2, promulgado por Su Vicario, el Papa Juan Pablo II, a no retirar la gracia y el oficio [munus] a menos que se renuncie explícitamente, así también a la Iglesia Romana, que es su novia virgen más fiel y su esposa virgen. Por lo tanto, la Iglesia debe considerar que las obligaciones del canon 332 §2 requieren una renuncia al munus, en tanto que el Canon 17 requiere que ese término se entienda en el canon 145 §1. En ninguna parte del Código de Derecho Canónico se encuentra que un ministerium considerado como el oficio en sí. Entonces, si bien fue la intención del autor de Non Solum Propter, en tanto que era hombre, significar la Oficina Papal en su relación con el servicio que presta, no por ese solo hecho se convierte en un acto que la Iglesia pueda aceptar como rite manifestatum, pues se tendría que recurrir a una interpretación y a una lectura del texto fuera del marco de reglas de significado del Código de Derecho Canónico que tendrían que ser empleadas. Y como tal, no sería canónicamente válido, incluso si uno pudiera sostener que era teológicamente suficiente. Sin embargo, incluso si uno fuera a conceder que las palabras ministerium …. commissum habló del munus petrinum en su relación con la Iglesia, ya que no se renuncia a nada más que a lo que se renuncia explícitamente, el acto no haría nada más canónicamente que una renuncia al ministerio en la medida en que se encuentra en tal relación, mas no del oficio en sí mismo. Y, por lo tanto, no sería eficaz renunciar, ni suficiente el dar a entender la renuncia al oficio en su relación a Dios y Su don de la gracia. Pero dado que esta misma relación se refiere a ello según su principio de ser [secundum essendi principium] – ya que es un regalo inmediato de Cristo y se establece mediante un acto de Su voluntad, tal renuncia no afecta lo que es esencial para ello. — El acto permanece, por lo tanto, viciado por un error sustancial en su forma de significación, y por lo tanto no es válido ipso iure, por el canon 188. — Finalmente, con respecto a la premisa del argumento, a saber, que el ministerium no se puede separar de la oficina secundum ius et esse, debe decirse que esto está falsificado por el derecho litúrgico y canónico. Porque desde la supresión de las órdenes menores, el estado del acólito y el lector se denominan “ministerios” [Canon 230 §1], sin embargo, tales ministerios no confieren el derecho de ejercer dicho servicio en ningún momento, sino solo la idoneidad de hacerlo a petición del celebrante de un acto litúrgico. Por lo tanto, ministeria son separables en cuanto a derecho y el hecho de ser, del munus. – Por tanto en conclusión, parece ser obvio que el argumento entero es falso, ya que una conclusión que es deducida de una premisa falsa y un menor falso es enteramente falsificada.

17. La aceptación pacífica y universal de un Papa es causada por y es el efecto de una elección papal válida. Por lo tanto, después de 6 años, incluso si la renuncia del Papa Benedicto XVI fuera inválida, su silencio de facto en la usurpación de la Oficina Papal por parte de Bergoglio es equivalente a una renuncia. Por lo tanto, ya sea que la renuncia sea inválida o no, ahora debe considerarse válida.

Ad obj. 17: Aunque, en el derecho común, la posesión es nueve décimas de derecho, y por lo tanto, la usurpación puede llevar a la adquisición del derecho y en la Ley Romana usucapióne  puede obtener el derecho legal a la propiedad después de un largo tiempo, tal principio no es válido por dos razones. Primero, no es válido teológicamente con respecto a un oficio eclesiástico que fue establecido por Jesucristo, el Verbo Encarnado, por un acto personal inmediato. Del cual tipo es el oficio de Papa. La razón teológica es esta: que nadie puede arrebatar nada de la Mano del Dios viviente (Juan 10:28). Y, por lo tanto, ninguna usurpación del oficio papal puede restringir a la Deidad, que es la justicia infinita y la omnipotencia misma, para transferir la gracia del munus papal a otro.  Sostener lo contrario, sería una imposibilidad teológica y absurda. Segundo, no es válido canónicamente, debido al Canon 359, que especifica que el Colegio Cardenalicio tiene autoridad para elegir un Pontífice Romano solo durante una sede vacante.  — Por lo tanto, si la renuncia del Papa Benedicto XVI no fue válida, no había una sede vacante y, por lo tanto, el Colegio no tenía autoridad para elegir un sucesor. — En cuanto a la aquiescencia tácita: de la Historia de la Iglesia se desprende claramente que, en contra de las afirmaciones de un antipapa, no se consideró que ningún legítimo reclamante de la Sede apostólica cediera simplemente por no perseguir su derecho. Sin embargo, el argumento de la aquiescencia tácita, sin embargo, no aplica en el caso en disputa, porque el hecho de que uno actué en error sustancial no constituye una aquiescencia tácita, ya que la aquiescencia tácita requiere la capacidad de consentimiento, cosa que es imposible por ignorancia invencible en el caso de error sustancial.  —  Finalmente, con respecto a la aceptación universal y pacífica de una elección papal: mientras que este principio es ciertamente un principio reflejo válido para las conciencias preocupadas en el caso de una elección válida, no hay posibilidad de una elección válida cuando el Colegio no tiene derecho a actuar, ya que es contrario no solo a la Ley Canónica sino a la Ley Divina para elegir a otro Romano Pontífice mientras el Papa aún vive y no ha renunciado válidamente. Tampoco es válido, en cuanto a su menor implícito: a saber, que ha habido una aceptación pacífica y universal de la renuncia papal. No ha habido, como demuestra el prefacio a esta pregunta en disputa. Por lo tanto, la aplicación de este principio reflejo en el presente caso es, en el mejor de los casos, praeter rem (irrelevante), peor aún, un subterfugio

18. La renuncia de Benedicto a ministerium efectúa válidamente una renuncia al oficio porque, debido al Canon 10, que dice expresamente que solo las condiciones de invalidez hacen que un acto sea inválido, ya que el Canon 332 §2 habla de invalidez solo en relación con la libertad de coerción y manifestación debida, no del nombramiento del oficio, ya que Benedicto tenía la intención de nombrar el oficio papal, como se desprende de su aceptación del título de Papa Emérito, el nombramiento del ministerium en lugar del munus no invalida el acto de renuncia.  Además, Benedicto como papa es el legislador supremo, por lo tanto, interpreta oficialmente la ley (cf. Canon 16 §1), por lo que puede renunciar al munus petrino renunciando al ministerium petrino.

Adj. obj. 18: Si bien es cierto que el canon 332 §2 habla de invalidez pero solo en relación con las condiciones del acto, no obstante, el canon 188 habla expresamente de invalidez de renuncias que están viciadas por un error sustancial.  Ahora, no hay un error más sustancial en renunciar a un oficio eclesiástico, que renunciar a un accidente del mismo o su segundo acto de ser (ministerium) y creer que al hacerlo, una suficiencia significa el oficio (munus). Además, el canon 18 requiere que los términos del canon 332 §2 se entiendan estrictamente, ya que el último canon restringen al que renuncia. Por lo tanto, la renuncia debe considerar explícitamente el munus del oficio papal, que en ese canon y en el canon 749 §1, como todas los oficios episcopales (cf. Paul VI, Christus Dominus) en todo el Código, se refiere exclusivamente como munus, porque no es meramente un cargo u oficio eclesiástico (officium) o servicio (ministerium) establecido por costumbre o la Iglesia, sino que es un don de gracia y oficio (munus) establecido por el Dios vivo por un acto personal e inmediato (cf. Mateo 16:18). Que cada oficio (munus) pueda ejercer uno o más ministeria (ministerios) no solo NO es un argumento para la validez de la renuncia de Benedicto sino más bien un argumento en contra de la validez, a causa del canon 188, canon 17 y canon 41 (en latín), el último de los cuales asocia expresamente ministerium con la mera ejecución de un oficio eclesiástico y esto, porque el enfermo puede renunciar a la ejecución de un oficio o sus servicios, quien todavía desea conservar la dignidad del oficio, como lo demuestra la historia de la Iglesia. Por lo tanto, en virtud del canon 17, que requiere explícitamente que los textos de cada Canon se entiendan de acuerdo con el significado apropiado de las palabras que contienen, ya que el contexto del Código de Derecho Canónico los usa, el argumento extraído del Canon 10, aquí, no es válido porque es praeter rem, es decir, aplicable solo a las condiciones de invalidez en el Canon 332 §2, no del canon 188. — Si dice, si, el Canon 10 se aplica solo a los términos expresados en el Canon 332 §2 y así permite una interpretación amplia de la cláusula condicional que habla de una renuncia del munus petrino, entonces debe responderse, que tal lectura del canon 10 anularía los requisitos del canon 17, que los términos deben ser entendidos correctamente, o al menos fallan por insuficiencia, ya que el significado amplio de munus en el Código de Derecho Canónico es officium no ministerium; qué sentido de officium se refiere a oficio, no a la ejecución de un ministerio. — Respecto al Canon 16 § 1, hay que decir, que sí, el Papa Benedicto como Papa es el legislador supremo e intérprete del derecho canónico. Pero él es sólo legislador, cuando legisla; mientras que el canon 332 §2 fue legislado por el papa Juan Pablo II. Además, aunque cualquier Papa puede interpretar oficialmente el derecho canónico, debe hacerlo por un acto papal, no por un error sustancial. Por lo tanto, el canon 16 no se aplica en tal caso. Más bien, más bien, el Canon 38 gobierna expresamente en este caso, cuando dice: Un acto administrativo, incluso si es promulgado por un rescripto dado Motu Proprio, carece de efecto en la medida en que perjudica los derechos de otro o es contrario a la ley o costumbre comprobada, a menos que la autoridad competente haya agregado expresamente una cláusula de derogación. — Finalmente, con respecto a la intención manifiesta del Papa de renunciar al munus papal, he respondido a esto arriba en la respuesta a las objeciones 2, 3 y 4.

19. Como sostiene el Dr. Taylor Marshall en su video, “La renuncia del Papa Benedicto: un análisis”, “ministerium” y “munus” nombran lo mismo: el oficio papal. Por lo tanto, renunciar a uno es renunciar al otro. Por lo tanto, la renuncia es válida.

Ad obj. 19: A una afirmación gratuita, no es necesario responder, porque no es un argumento. Sin embargo, contra esta afirmación, uno debe responder, ya que ataca la naturaleza de la realidad misma. Porque las palabras tienen significado, de lo contrario no serían signos de comunicación. Y diferentes palabras pueden tener un significado diferente, o no habría ninguna razón para usarlas. Así, el lenguaje humano por necesidad sostiene la afirmación de que ministerium y munus pueden tener diferentes significados. Cualquier diccionario de latín también lo sostiene, como cualquiera que tenga uno puede demostrar.  Pero que ministerium y munus en el derecho canónico significan lo mismo, es totalmente falso, como se ha demostrado anteriormente al referirse, de acuerdo con los requisitos del canon 17, al Código mismo que en el canon 41 asocia “ministerium” con el mero ejercicio de oficio, y canon 145 §1 que define un oficio eclesiástico como un “munus”, no un ministerium. Por lo tanto, el propio Código de Ley Canónica utiliza los términos en diferentes sentidos, y no equipara sus significados como refiriéndose a un oficio eclesiástico, en el sentido de que “obispado” o “papado” se refieren a un oficio. — Esta es una refutación suficiente de acuerdo con la norma del derecho canónico. Pero como la afirmación oculta un grave error del tipo de Nominalismo promovido en Tübingen, merece ser refutado de acuerdo con la ciencia de la filosofía. Porque así como hay 10 categorías de ser de acuerdo con el Filósofo en su Praedicamenta, las palabras se pueden decir en referencia a una o más categorías de ser. Ahora, en el canon 145 §1, el Legislador Supremo predice munus de cada oficio eclesiástico. Pero en ninguna parte del Código predica el ministerium de cualquier oficio eclesiástico, solo de los roles o servicios prestados por alguien que ocupa un oficio o en su lugar.  Por lo tanto, de acuerdo con el canon 17, queda claro que esto representa en la mente del Legislador que munus significa el ser de algo real, a saber, un oficio, pero ministerium significa la acción o el servicio prestado por alguien que tiene dicho oficio. Por lo tanto, se dice que munus es una sustancia en sí misma, y  se dice ministerium de una sustancia en acto.  Pero esta es la distinción de ser y acto, de sustancia y accidente, según la Praedicamenta. Por lo tanto, existe una distinción real entre munus y ministerium, en los sentidos utilizados en Canon 332 §2, 145 §1 y canon 41, así como existe una distinción real entre cualquier agente y las acciones del agente, aunque este último es inherente al anterior. Si esto se niega, entonces el andar de Pedro, que en Pedro es Pedro, cuando Pablo lo imita perfectamente sería tanto Pedro en Pablo como Pedro en Pedro, lo cual es absurdo. Por lo tanto, el andar de Pedro en Pedro no es una sustancia sino un accidente, como el color de la piel de Pedro o el acento de su voz, que se puede duplicar en otras cosas, sin tener que hacerlos Pedro. Del mismo modo, el ministerio petrino, que es la acción o servicio que el que tiene el oficio petrino debe y puede prestar, puede ser perfectamente imitado en otro, sin que ese otro sea el Papa.  Esta es la base completa de la colaboración de la Curia romana con cada verdadero Papa, cuando Él delega la ejecución de una parte de su Munus Petrino a cardenales y obispos y sacerdotes en el Vaticano o en cualquier otro lugar. Por lo tanto, para nombrar al Munus Petrino no basta con nombrar al Ministerio Petrino (incluso si se reconoce que Benedict hizo esto, lo cual he demostrado no es el caso en los argumentos de la primera parte), porque al igual que cuando Pedro renuncia a su andar, sigue siendo Pedro, así que cuando el Papa renuncia a su ministerio, sigue siendo el Papa. La racionalidad semiótica o ratio significandi para esto es que, al igual que la sustancia y el accidente son separables, su unidad no es necesaria; por lo tanto, el significado del que es el accidente en el otro no muestra una referencia necesaria o determinante al que es la sustancia. Por lo tanto, de acuerdo con el canon 332 §2, que requiere una manifestación de libertad e intención que esté de acuerdo con la norma de la ley, tal forma de significado no es válido, porque requiere una interpretación que la Ley no sostiene como algo posible de acuerdo con canon 17.

La validez de la renuncia de Benedicto debe ser cuestionada, Parte I

Resignation

por el Hno. Alexis Bugnolo

Recientemente, el destacado teólogo del vaticano y ex miembro de la Congregación para la fe, Mons. Nicola Bux opinó públicamente que la validez de la renuncia del Papa Benedicto XVI debería estudiarse con respecto a la cuestión de lo que parece ser un error sustancial en la fórmula de renuncia.

Mons. Bux no fue el único en plantear este tema.  De hecho, las dudas sobre la validez del acto de renuncia fueron planteadas inmediatamente después de que se conoció la noticia. Flavien Blanchon, un periodista francés que trabaja en Roma, escribiendo solo 2 días después, citó a un eminente erudito latino que señaló errores en el texto de abdicación y señaló que la presencia de cualquier error, de acuerdo a la tradición canónica, se consideraba un signo de falta de deliberación, rindiendo el acto nulo y sin efecto.

Luego un año después, Antonio Socci especuló abiertamente que la renuncia pudo haber sido inválida a la falta de voluntad interior otorgada por Benedicto.  En el mismo año, un estudio muy notable publicado por un profesor en derecho canónico en el Instituto Teológico de Legano, Suiza, en 2014 por el P. Stefano Violi, que discutió canónicamente la renuncia: La Renuncia del Papa Benedicto XVI entre historia, ley y conciencia, sin embargo, sin levantar la cuestión de su invalidez. (Es obligatorio leerlo debido a su rica cita de la historia canónica de las renuncias papales) Sin embargo, el estudio, al identificar el asunto de la renuncia a considerar el ministerio activo, no al munus, dejó en claro que la cuestión de El error sustancial que invalidaba la renuncia, fue una cuestión real, fundamentada en el texto del acto mismo.

Sin embargo, el 19 de junio de 2016, Ann Barnhardt planteó específicamente la cuestión de una duda derivada del canon 188, que cita error sustancial como fundamento suficiente para establecer motivo para una determinación canónica de invalidez en cualquier renuncia.  Lo hizo después de los notables comentarios del secretario personal del Papa Benedicto más temprano el 20 de mayo, en los que afirmó que Benedicto todavía ocupaba la Oficina Papal. (Texto completo traducido al inglés)

Luego el Blogger Sarmaticus discutió el tema planteado por las palabras de Ganswein el 5 de agosto de 2016, con un post en el que destacaba lo significativo de lo que el Arzobispo había dicho en la Universidad Gregoriana, en una post titulado: La navaja de ockham encuentraBenedicto todavía papa, Francisco es falso papa, Iglesia universal en estado de necesidad desde el abril 24 de 2005

Mons. Henry Gracida, obispo emérito de Corpus Christi, Texas, en los Estados Unidos, y ex miembro del Opus Dei, también ha sostenido esta misma duda y otras en relación con la validez de la renuncia.  Entiendo que el Obispo ha escrito a muchos miembros de la Jerarquía Sagrada y la Curia sobre estos asuntos para instar a que se tomen medidas. (cfr. abyssum.org : Sugiere una declaración pública de 12 Cardenales pre Bergoglio)

Según Ann Barnhart, en el año siguiente, el abogado Chris Ferrara y la señora Anne Kreitzer también sostuvieron esta misma duda. El historiador Richard Cowden Guido opinó lo mismo el 11 de mayo de 2017. Y, el famoso controversialita italiano, Antonio Socci, citó a Violi detenidamente el 31 de mayo de 2017 y sostuvo la misma tesis.

El 11 de agosto de 2017, el popular programa de televisión católica, Café con Galat, en una edición en inglés, discutió por qué el Papa Benedicto XVI sigue siendo el verdadero papa. Si bien este programa enfatiza la falta de libertad en el acto, incluye el asunto relacionado con la falta de conformidad con el Canon 332 §2 y el canon 188.

En algún momento antes de marzo de este año, el Padre Paul Kramer sostuvo también que el canon 188 anuló la renuncia, debido a la falta de conformidad de las renuncias al canon 332 §2 al mencionar ministerium en lugar de munus.

En mayo de este año, a más tardar, el P. Juan Juárez Falcón expuso la razón canónica de la invalidez de la renuncia, sobre la base de un error sustancial, en un artículo titulado “Dos Graves Razones”. El Dr. José Alberto Villasana Munguía lo siguió el 27 de junio, coincidiendo con su opinión.

Finalmente, el Papa Benedicto XVI en sus cartas privadas al cardenal Brandmüller, publicadas en el verano de 2018, solicita abiertamente sugerencias para una mejor manera de renunciar, si no lo hizo correctamente.

Hay una serie de católicos notables que sostienen esta duda, y desde que Mons. Bux solicitó una investigación de este asunto, agregaré aquí en forma escolástica, algunos argumentos a favor de sostenerlo, en el curso de los cuales se refutarán todos los argumentos sustanciales en contra. En el transcurso del tiempo, a medida que los encuentre, o piense en otros nuevos, los agregaré a esta lista.

Acerca de que si el Papa Benedicto XVI, mediante el acto expresado en su discurso “Non solum propter”, renunció al cargo del Obispo de Roma?

Y parece que no lo hizo:

  1. Primero, porque un error sustancial, en un acto de resignación, se refiere al vis verborum, o significado de las palabras, en cuanto a la forma y la materia del acto. Pero el acto de renunciar a un ministerio se refiere a uno de los accidentes propios del cargo (cfr. canon 41) por el cual ese ministerio puede ser ejercido correctamente. Por lo tanto, si uno renuncia a un ministerio, no renuncia a el cargo. Y si cree haber renunciado al cargo, al renunciar a uno de los ministerios, está en un error sustancial en cuanto al significado de las palabras que ha usado. Pero en el texto, Non Solum Propter, Benedicto XVI renuncia al ministerio que recibió como obispo de Roma, cuando fue elegido. Por lo tanto, entender que actuar como una renuncia al cargo es cometer un error sustancial en cuanto al efecto del acto. Por lo tanto, según el canon 188, la renuncia es inválida.
  2. San Pedro Apóstol ejerció muchos ministerios en muchos lugares. Pero nadie es el verdadero sucesor de San Pedro, excepto el obispo de Roma (canon 331). Por lo tanto, si uno renuncia a un ministerio petrino, no renuncia al cargi de Obispado de Roma (cf. cánones 331 y 332), que tiene otros ministerios en virtud de su cargo. Por lo tanto, si uno cree que ha renunciado al Obispado de Roma al renunciar a un ministerio petrino, está en un error sustancial y, por lo tanto, según el canon 188, la renuncia es inválida.
  3. Según San Pablo (1 Corintios 12), existen diversas gracias, ministerios y cargos en la Iglesia, ya que la Iglesia es el Cuerpo de Cristo. Por lo tanto, como el obispo de Roma puede ejercer varios de estos ministerios, se deduce que uno no renuncia al Obispado de Roma si renuncia a uno de estos ministerios, ya que ningún ministerio es coextendido con el Obispado de Roma. Ergo en tal renuncia, si uno cree que ha significado suficientemente la renuncia al Obispado de Roma, está en un error sustancial. Por lo tanto, según el canon 188, la renuncia es inválida.
  4. Según Seneca (Moral Essays, volumen 3, John W. Basore, Heineman, 1935), hay que distinguir entre los beneficios, las oficinas y los ministerios. Los beneficios son los que son otorgados por un desconocido, los oficios por los hijos, las madres y otras personas con las relaciones necesarias, y los ministerios por los funcionarios que hacen lo que los superiores no hacen. El Ministerio Petrino es un servicio a la Iglesia. Pero el oficio del obispo de Roma es un deber para Cristo. Si uno renuncia al ministerio de un sirviente, no renuncia al oficio de un hijo. Ergo en tal renuncia etc..
  5. La validez de un acto de renuncia no puede basarse en la definición subjetiva de las palabras, o la mera intención del que renuncia. Si ese fuera el caso, la interpretación haría del acto un acto de renuncia. El acto en sí no lo declararía. Pero la Iglesia es una sociedad pública fundada por el Dios vivo encarnado. Por lo tanto, la renuncia a los oficios debe ser no solo intencional sino también pública, para dar testimonio del hecho de que el oficio fue establecido por el Dios vivo y encarnado. Pero la oficina del obispo de Roma es tal oficina. Ergo en tal renunciación etc.
  6. Como Msgr. Henry Gracida argumenta en su blog, abyssum.org: Si Cristo no aceptó la renuncia de Benedicto como válida, porque el acto en sí no era canónicamente válido por el canon 188, entonces Cristo estaría obligado en justicia a privar a Bergoglio de la gracia, de modo que Su falta al no ser papa sea MÁS EVIDENTE para todos con fe, esperanza y caridad. Pero es MÁS EVIDENTE para todos, incluso los no católicos, que NO tiene la gracia de Dios en él ni en sus acciones. Ergo, o Cristo es injusto, o Cristo es justo. Él no puede ser injusto. ¡Ergo, Bergoglio no es papa!
  7. Del mismo modo, Cristo oró por Pedro para que su fe no fracasara, y para que pudiera confirmar a sus hermanos en el Colegio Apostólico. Ahora, esta oración de Cristo debe ser eficaz, ya que Cristo es Dios y el Hijo Amado del Padre Eterno, y debido al oficio de San Pedro no es algo meramente útil para el Cuerpo de Cristo, sino necesario en asuntos de fe y unidad. Por lo tanto, la oración de Cristo por los sucesores de San Pedro debe ser eficaz de alguna manera con respecto a la fe y la unidad de la Iglesia. Pero Bergoglio ataca manifiestamente tanto la fe como la unidad de la Iglesia. Por lo tanto, lejos de juzgar que en este hombre la oración de Cristo no tenía la intención de ser efectiva. ¡Ergo, Bergoglio no es un sucesor válido de San Pedro!
  8. Del texto del acto de renuncia. El papa Benedicto admite en la primera oración que posee el munus petrinum. Pero más abajo, dice que renuncia al ministerio que había recibido como obispo de Roma. Por lo tanto, no ha renunciado al munus. Pero munus significa oficio y don de gracia (cf. Canon 145 §1 y Pablo VI, Christus Dominus). Por lo tanto, no ha declarado que ha renunciado al cargo y al don de la gracia. Por lo tanto, en tal renuncia etc..
  9. Desde el sentido de la lengua latina, que carece del artículo definido e indefinido. Cuando dices: Renuntio ministerio, no dices si has renunciado al ministerio o a un ministerio. Por lo tanto, dejas sin decir a qué ministerio has renunciado. Por lo tanto, en tal renuncia etc..
  10. De la ley papal Universi Dominici Gregis, sobre las elecciones papales: Uno no es elegido para el Ministerio Petrino, sino para ser el Obispo de Roma. Por lo tanto, a menos que uno renuncie al Obispado de Roma, uno no ha desocupado la Sede de San Pedro. Pero en declaraciones públicas, el Papa Benedicto XVI, después de marzo de 2013, se limita a decir que ha renunciado al ministerio. Por lo tanto, se encuentra en un grave error habitual con respecto a lo que se requiere en un acto de renuncia del cargo del Obispado de Roma. Por lo tanto, en tal renuncia etc..
  11. Del Código de Derecho Canónico: las renuncias canónicas son válidas si 3 cosas son válidas: libertad de coerción, recta intención, significado inequívoco. Esto se confirma en el canon 332, § 2, que niega expresamente que la aceptación de una renuncia afecte a su validez o no validez. Pero el Papa Benedicto admite en sus cartas al Cardenal Brandmüller que su intención era conservar algo de la Dignidad Pontificia. Su secretario privado también ha afirmado públicamente que él ocupa la sede de la Sede de Pedro, pero aún comparte el Ministerio Petrino. Esta es una evidencia incontrovertible de que el acto de renuncia es ambiguo. Para cualquiera de los dos significa que ha renunciado a la Sede o que no ha renunciado a la Sede, que ha renunciado al ministerio o que no ha renunciado al ministerio. Por lo tanto, en tal renuncia etc..
  12. De la neumetología, es decir, de la teología del Espíritu Santo. Después de febrero de 2013, toda la Iglesia aún reconoce y acepta al Papa Benedicto XVI con el título de papa y con prerrogativas papales. Todos lo llaman Benedicto, no Ratzinger o Joseph. Pero toda la Iglesia no puede ser engañada. Sin embargo, según la institución divina, el papado no puede ser ocupado por más de una persona a la vez. Y el que lo sostiene primero, tiene el reclamo válido al oficio. Por lo tanto, la Iglesia no entiende el acto como uno que renuncia al oficio. Por lo tanto, en tal renuncia etc..
  13. Por insuficiencia de intención: si un Papa renuncia a comer plátanos, no ha renunciado al cargo de Obispado de Roma. Por lo tanto, si él dice: “He renunciado a comer plátanos para desocupar la Sede de Roma“, está en un error sustancial en cuanto al efecto de su acto. Pero en su texto de renuncia, dice que ha renunciado al ministerio para desocupar la sede de San Pedro [ut sedes Sancti Petri vacet]. Pero ese es un error sustancial, ya que el ministerio es solo un accidente propio del Obispado de Roma, porque ser el Obispo de Roma es el primer acto de su existencia. [esse primum], Ejercer los ministerios del Obispado de Roma es el segundo acto de su ser. [esse secundum]. Por lo tanto, dado que el segundo acto de ser es en potencia al primer acto, y la potencia se divide de acto en accidente a sustancia, renunciar a uno o todos los ministerios de un oficio es un acto relacionado con los accidentes, no la sustancia del oficio. Por lo tanto, uno podría igualmente renunciar a cualquiera o todos sus ministerios y retener el oficio. Por lo tanto, al renunciar a uno o al ministerio, no renuncia al cargo. De hecho, en declaraciones públicas, explícitamente afirma haber renunciado al ministerio. Por lo tanto, su insuficiencia de la intención expresada no salva el acto de un error sustancial. Por lo tanto, en tal renuncia etc..
  14. El Papa no es más poderoso que Dios Hijo. Pero Dios Hijo, al convertirse en el Santísimo Sacramento del Altar, en el momento de la Consagración, renuncia a todos los accidentes y acciones de Su Sagrada Humanidad, sin embargo, sigue siendo Dios y Hombre. Por lo tanto, incluso si un Papa renunciara a todas sus acciones y ministerios como Papa, él sigue siendo el Papa. Pero el Papa Benedicto XVI, en su declaración del 11 de febrero de 2013, solo renuncia al ministerio de su oficio, no al oficio. Por lo tanto, sigue siendo el Papa.
  15. Si usted se levanta de su silla, pero no le concede la silla a otro, la silla queda vacante pero sigue siendo su propiedad. Ahora el oficio del Sucesor de San Pedro es para el Sucesor de San Pedro, mientras que el trono es para el que está entronizado. Entonces, si un Papa renuncia al ministerio de su oficio, pero no al oficio, aunque tenga la intención de renunciar al Trono de San Pedro, no cede su derecho y la posesión del oficio. Entonces, cuando el Papa Benedicto escribe declaro me ministerio … renuntiare ita ut Sedes Petri vacet deja claro que, si bien renuncia a servir como Papa, no renuncia al Papado.
  16. Si algún presidente, primer ministro o padre de familia renuncia a cumplir con los deberes de su cargo, no obstante, no ha dejado de ser presidente, primer ministro o padre. Del mismo modo, con el Papa, si solo renuncia textualmente al ministerio de su cargo, no ha perdido su cargo.
  17. Dios, que es Ser como instituidor de la Oficina de Pedro, no puede considerar como dimitido de la oficina del Sucesor de San Pedro, cualquier Romano Pontífice, elegido válidamente, que solo renuncia a los accidentes o los segundos actos del ser de esa oficina. Pero el Papa Benedicto XVI renunció solo al ministerium, o ejercicio del oficio, el cual había recibido, más no el munus, que es el oficio mismo [cf. canones 332 §2 and 749 §1]. Por lo tanto, ya que el ejercicio del cargo es el segundo acto del ser del cargo, Dios no puede reconocer tal renuncia como válida. Y si Dios no la reconoce como válida, tampoco lo puede hacer la Iglesia. Por lo tanto, en tal renuncia, etc..
  18. La esencia de ‘ser el Papa’ es la dignidad de la oficina que ocupa. La esencia de un ministerio es el servicio prestado. Por lo tanto, así como la renuncia a un servicio no causa la pérdida de dignidad, de igual manera la renuncia al Ministerio Petrino no causa la pérdida del cargo papal. Por lo tanto, en tal renuncia, etc.
  19. En derecho canónico, ministerium no es el lugar de derecho (ius) que es encontrado solo en los sacramentos (sacramenta) y oficios (munera).  Por lo tanto, aquel que renuncia ministerium, no renuncia a ningún derecho. Pero el Papa Benedicto XVI en su renuncia, Non solum propter, renuncia el ministerium que recibió de las manos de los cardenales.  Por lo tanto, el no renuncia a ningún derecho.  Si se objetara que el renunció al ministerio para desocupar la sede de San Pedro (ita ut Sedes S Petri vacet), Se debe responder que, dado que vacare, en latín tiene dos sentidos: el de conceder el derecho y el de simplemente irse, como en vacaciones, la afirmación de renuncia al ministerium como para vacet a la Sede romana no implica la necesidad de significar una renuncia a ningún derecho. Por lo tanto, en tal renuncia etc..
  20. Como argumenta el sabio canonista, Juan Juárez Falcó: el Canon 332, que es el único canon con respecto a las renuncias papales, habla de la renuncia del munus, no del ministerium. Pero Benedicto XVI habla solo de renunciar al ministerio, no al munus. Ergo mediante el canon 188, la renuncia es inválida para efectuar una renuncia de munus. Pero según el canon 145, el munus es la oficina. Por lo tanto, en tal renuncia, etc..

Para los argumentos, al contrario, y sus refutaciones, ver parte II

En suma:

Como el eminente abogado canónico, el p. Juan Ignacio Arrieta, dice al comentar sobre el Canon 126: Cuando la ignorancia o el error se refieren al objeto esencial del acto, … el acto debe considerarse como nunca habiendo sido presentado, inválido. (Codice di Diritto Canonico, e Leggi Complementari: Commentato, Coletti a San Pietro, 2004, comentario sobre el canon 126).

Por lo tanto, parece que si un Papa tuviera la intención de retirarse del ministerio activo, pero conservara la Oficina Papal en toda su plenitud, podría leer en voz alta la declaración hecha por el Papa Benedicto XVI, Non solum propter, ya que el vis verborum de ese texto es que renunció al ministerio del oficio de Obispo de Roma, pero no al oficio. Aquí se encuentra el error sustancial y, por lo tanto, ese acto de Benedicto XVI el 11 de febrero de 2013 debe considerarse inválido, según el canon 188, si se afirma que es un acto de renuncia del cargo de obispo de Roma. Sin embargo, si uno afirmara que es solo el acto de renunciar al ministerio activo, no al cargo, entonces sí, debería decirse que es un acto válido, que no contiene ningún error sustancial.

En conclusión, razón filosófica

Si bien puede haber muchos tipos de errores sustanciales en un acto de renuncia, NO hay NINGUNA MÁS SUSTANCIAL que la que implica confundir los accidentes de la oficina con la resignación como términos suficientes para indicar la sustancia de la oficina en sí. Ahora, según el canon 188, donde un error sustancial está presente en tal acto, el acto es inválido en su efecto “por la ley misma”. Por lo tanto, el texto de Non solum propter, de Benedicto XVI, no efectúa válidamente su renuncia al cargo de obispado de Roma. 

En conclusión, razón canónica

Esto es corroborado por hechos legales indiscutibles, a saber, que el único Canon en el Código de Derecho Canónico, Canon 32 §2, que habla expresamente de una renuncia papal, requiere que el hombre que es Papa renuncie al munus y de hacerlo de manera rite (es decir, adecuadamente de acuerdo con las normas de la ley). Pero el texto de la renuncia de Benedicto habla solo de una renuncia al ministerio. Por lo tanto, dado que se trata de un acto totalmente fuera del significado del Canon 332 §2, el acto no es válido para efectuar una renuncia papal. Así también es inválido efectuar un acto de renuncia que contiene error sustancial, según el Canon 188, y el Canon 126.

De hecho, la separabilidad inherente de ministerium de munus en la historia eclesiástica y la tradición canónica es la razón fundamental por la cual ninguna renuncia a ministerium puede equipararse en la ley como una manifestación debida de la renuncia de un oficio. Por esa razón, la renuncia del Papa Benedicto XVI hecha mediante el acto, Non solum propter, del 11 de febrero de 2013 a. C., no tiene un efecto canónico válido con respecto a la oficina del Papado. Sigue siendo el Papa, por tanto, con todos los derechos y privilegios.

Por lo cual, como ciudadano católico bautizado, ciudadano italiano y residente legal de la ciudad de Roma, pido al Gobierno italiano que invoque su derecho, como parte del Pacto de Letrán y sus acuerdos posteriores, a convocar a todo el clero de la Diócesis de Roma, para juzgar en el tribunal, tal como lo hicieron en AD 1046 en Sutri, al mando del rey Enrique III de Alemania, la validez de la reclamación al cargo de los Papas Benedicto y Francisco, a saber, si el acto de renuncia de Benedicto XVI fue válido en cuanto a una renuncia al oficio, y si no, a declarar el Cónclave de 2013 canónicamente inválido ex radicibus.

Canon Law itself declares Pope Francis, AntiPope

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The clear, precise, and sound reading of the Code of Canon Law leads to the inescapable conclusion that Pope Francis is an “antipope” in every sense of the word, and that the law itself declares it.

As has been demonstrated in the article, “How and Why Pope Benedict’s resignation is invalid”, there is no other authentic reading of Canon 332 §2 other than that the renunciation of munus is the necessary sine qua non condition of a papal resignation.

This canonical argument is supported by 35 reasons, debated in Scholastic form, in the article, “The Validity of Benedict’s Resignation must be questioned, Parts I and II”, why a renunciation of ministerium, in the form had in the papal declarations of Feb. 11, 2013, cannot signify a renunciation of munus as per Canon 332 §2, Canon 188 etc..

Therefore, Pope Benedict XVI remains the one and only true Pope of the Catholic Church with all the powers and prerogatives of that office.

As I pointed out in my rebuttal of Roberto de Mattei, canon 359 guarantees that the College of Cardinals has no authority to convene to elect a pope, when there has been an invalid papal resignation.

Therefore, the Conclave of 2013 is without any right in Canon Law to elect a successor to Pope Benedict. Therefore, the one it claimed to elect, Jorge Mario Bergoglio, has no authority whatsoever conferred upon him by accepting that election. He is in truth a usurper of the papal office, and must be punished in accord with Canon 1381 §1 for that crime (if he knowingly has done this, otherwise upon demonstration of the delict, he must publicly disavow his claim to the office).

Since Bergoglio never had any canonical authority as Pope, all his nominations to the  Roman Curia are null and void. Therefore, all actions taken by the Congregation of Religious against religious communities, or by the Congregation of the Doctrine of the Faith against anyone, or the Secretary of State vis-a-vis treaties with nations, such as China, or appointments of Bishops, etc. etc. are NULL AND VOID.

Since the papal resignation of Pope Benedict XVI is invalid, among other reasons, in virtue of containing a substantial error (canon 188) regarding what words must be expressed to conform to canon 322 §2, that resignation is invalid by the law itself (lege ipso). That invalidation spreads to the Conclave and all acts of Bergoglio as Francis, which are canonical, because they too are founded upon the same substantial error, though compounded.

Therefore, since the invalidity of Bergoglio’s papacy depends upon the law of the Church itself (canon 188), there is no need for a judgement of any ecclesiastical office to intervene to establish that it is so. And thus, Catholics may and indeed are obliged BY DIVINE FAITH and OBEDIENCE to the Apostolic See and to Canon Law to hold Bergoglio to be an Anti-Pope and to insist to Cardinals and Bishops and civil authorities that he be driven from the Vatican as a usurper.

Let all Catholics who love Christ, who are obedient to the Code of Canon Law and who seek the salvation of souls act now and today. Write your Bishop and the Cardinals. Write the Italian Government, which is bound to uphold only the canonically elected governments of the Vatican. Insist with all that the fact of Bergoglio’s invalidity be publicly affirmed and his usurpation denounced.

Its either that, or the end of the Vatican as we know it, as being part of the Catholic Church.

 

The Validity of Benedict’s Resignation, Part II: Ad Contrarium

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By Br. Alexis Bugnolo

In the previous article, entitled, The Validity of Pope Benedict’s Resignation must be Questioned, I recited the history of the controversy over the resignation of Pope Benedict XVI on the topic of substantial error in the resignation and then proceeded to explicate 20+ arguments against the validity.

Here, I will list the arguments for the validity, inasmuch as I find and understand them. If you know of more, let me know in the comments section below.  After each argument pro-Validity, I will post, for the reader’s convenience the argument against it — deviating in this small manner from proper Scholastic form. There is no particular order among the arguments, but the strongest ones are at the end.

Whether Pope Benedict XVI by means of the act expressed in his address, “Non solum propter”, resigned the office of the Bishop of Rome?

Ad contrarium:

And it seems that he did:

1. Because, Pope Benedict XVI as pope is above Canon Law. Therefore, he does not need to resign according to the form of Canon 332 §2.  Therefore, he resigned validly.

Ad obj. 1: To argue that the Pope is above Canon Law, and therefore the resignation is valid, is a sophism, which when examined is equivalent to 2 other erroneous propositions, namely:  “The Pope as pope is above canon law, ergo etc.”, and “The Pope as the man who is the pope is above the Law, ergo etc.”  To the first, I say: In the first case it is true that the Pope as pope is above canon law. However, the Pope when renouncing his office, does not renounce as Pope, but as the man who is the pope. Therefore the argument is praeter rem.  To the second, I say: It is false to say the Pope as the man who is pope is above Canon Law, because the mind of the Legislator of the Code of Canon law, Pope John Paul II, in canon 332 §2, expressly declares when a papal resignation is such and is to be regarded as valid.  Therefore, if a pope resigned in a way which was valid, but which the Faithful had to regard as invalid according to the norm of that Canon, there would be chaos in the Church. However, in interpreting the mind of a legislator, one cannot presume any thesis which would make the law defective. Therefore, Pope John Paul II did intend to bind the man who is pope, in a papal resignation. Therefore, the second is false also.

2. Because it is clear that Pope Benedict wanted to resign. Therefore, he did resign. Therefore, his resignation is valid.

Ad obj. 2.: To argue that the Pope wanted to resign, therefore he did resign, is to employ a sophism which conceals an undistributed middle term. For if the pope wanted to resign the ministerium of the office, then he did resign the ministerium. But such a resignation is not conform with Canon 332 §2, since it does not resign the munus. Therefore, it is invalid.  Likewise, if the pope wanted to resign the munus, then he did NOT resign the munus if he said ministerium. And then even if he thought he did, its invalid, per canon 332 §2 according to the act, and according to canon 188 on account of substantial error.

3. Because Pope Benedict, after his resignation, publicly declared that he validly resigned. Therefore, he validly resigned.

Ad obj. 3.: To argue that the Pope resigned validly because after his resignation he publicly declared that he resigned validly, is to employ a subterfuge. Because in that public declaration he declares that he resigned the Petrine ministry validly. That he resigned the Petrine ministry validly, is not disputed. But if that is what he resigned, then he did not resign the munus. Therefore, that act did not effect a resignation of the office. Therefore if it be asserted to be a valid papal resignation, the assertion is false according to canon 332 §2.

4. Because, Pope Benedict, after his resignation, publicly declared that he freely resigned, therefore he resigned.

Ad obj. 4.: It is true that liberty in a resignation is one of the necessary conditions of a papal resignation according to Canon 332 §2, but it is not true that it is the only condition. The first condition is that it be a resignation of munus. It was not. Therefore, this argument is praeter rem.

5. Because, Cardinal Sodano, as Dean of the College of Cardinals, in convoking the College, acted as if it were valid, therefore it is valid.

Ad obj. 5: There is no Canon of the Church or special delegation by the Roman Pontiff which makes the decision of the Cardinal Deacon to call a conclave efficacious of the validity of an invalid resignation, or authoritatively determinative of the validity of a resignation. Therefore, that he did so, proves nothing. Nay, canon 332 §2 expressly denies this.

6. Because the College of Cardinals convened to elect a Successor of Pope Benedict, therefore by that act declared or made the resignation valid.

Ad obj. 6.:  There is no Canon of the Church or special delegation by the Roman Pontiff which makes the decision of the College of Cardinals to conclave or elect a Pope, efficacious of the validity of an invalid resignation, or authoritatively determinative of the validity of a resignation. Therefore, that they did so, proves nothing. Nay, canon 332 §2 expressly denies this.

7. Because the whole College of Cardinals after the resignation and after the Conclave of 2013 acts and holds that Jorge Mario Bergoglio is the true and valid pope.

Ad obj. 7: I reply the same as for obj. 6.

8. Because the whole world accepts that Jorge Mario Bergoglio is Pope Francis.

Ad obj. 8: Canon 332 §2 in saying, “and not whether it be accepted or not by anyone whomsoever” in its final phrase, expressly denies this. Therefore, it is false.

9. Because, a Catholic must hold as Pope, whomsoever the Cardinals, or the Bishops, or the Clergy of Rome, hold to be the Pope.

Ad obj. 9.: I reply the same, as to obj. 8.

10. Because the election of a Pope by the Cardinals is a dogmatic fact, which all Catholics must accept.

Ad obj. 10.: While it be true that the valid election of a Pope by the Cardinals is a dogmatic fact which all Catholics must accept, it is not true if the election were invalid. But an election is invalid if the previous pope is still living and has not yet validly resigned. Therefore, this objection is invalid, inasmuch as the resignation be invalid. Therefore, of its self it is insufficient to prove the point argued.

11. Because the resignation of Pope Benedict XVI is a papal act, which cannot be questioned, according to the addage: prima sedes a nemini iudicatur.

Ad obj. 11.: While it is true that the acts of the Roman Pontiff are juridical acts which cannot be questioned, it is not true that declarations made in the first person by the man who is pope, which are the matter of such acts or declarations, cannot be judged. That such an act can be judged is proven by Canon 332 §2 which judges such acts. That such matter of the papal act is not an act of the pope as pope, has already been proven above.  —  If you say, that the act of declaration (“I declare”) is a papal act, not the act of the man, therefore it must be held to be valid, since the Pope is the supreme legislator and arbiter of the meaning of canonical acts, it must be responded that the declaration is made in the first person singular, not the first person plural, so the supreme legislator has already explicitly renounced his role in the declaration of the resignation.

12. Because, a Catholic in good conscience must presume, that if the resignation were not valid on account of the use of the word ministerium not munus in the key phrase of the act, that the Cardinals, in accord with canon 17, either demonstrated to themselves that he sufficiently resigned the papacy, or held private council with the Holy Father, Pope Benedict, to know his mind and meaning, at which time he privately signified that he had resigned the papacy in resigning the ministry of the Papacy.

Ad obj. 12.: While it is true that a Catholic should be disposed to presume such, such presumption does not make an invalid resignation valid. Nay, in accord with Canon 332 §2, one must note that the final cause of an invalid resignation is that it not be manifested according to the norm of law (rite manifestastur). Which norm requires a public act, that is, an act witnessed by at least 2 witnesses and made verbally. Such an act has never been published. So even if it were made, its a secret act, and it would not make an invalid resignation, valid.

13. Because Pope Benedict said, “I declare that I renounce the ministry which I had received from the hands of the Cardinals, … so that the See of St. Peter be vacant on …”, he clearly indicated that his renunciation was to effect a loss of office (munus), therefore his resignation was in accord with Canon 332 §2, despite not explicitly using the word munus, as that Canon requires for validity. Therefore, the resignation was valid.

Ad obj. 13.: This objection was refuted in the arguments of the First Part, but its complexity deserves a fuller answer for those minds which cannot understand how it is invalid. First, as demonstrated in the First Part of this Disputed Question, a resignation is valid if it includes a resignation of munus; it is not valid if it does not. And according to Canon 17, if there is any doubt as to whether munus is included in canon 332 §2 as a sine non qua condition or according to its signification in a broader sense, one must have recourse to other parts of the Law, the canonical tradition, and to the mind of the Legislator (John Paul II) of the Code. As has been shown elsewhere, there is no basis for an argument from canon 17 that ministerium can mean munus. However, since ministerium is followed by 2 subordinate clauses, the argument that it is invalid, must respond to that condition. For in Latin, some subordinate clauses can alter the signification of the main clause. And it is true that there is a poetical form, in which part of a thing can substitute for the whole, as when at Mass in the Latin Rite we say, “Come under my roof” to mean “come into my soul”. However, as regards the Latin of the text of the renunciation, to say, “which I received from the hands of the Cardinals” imposes no necessity of reference to the Petrine Ministry per se, because Ratzinger also at that time received the Episcopal and Pastoral Ministry for the Diocese of Rome. The second clause, “so that the See of St Peter be vacant”, has been shown in Part I to necessitate no necessity. For those who do not understand Latin grammar, this needs to be explained. Because, in a subordinate clause such as “so that … be vacant”, the clause is a clause of purpose of the kind which begins with the particle “ut”, and thus is a pure clause of purpose which indicates only a goal. If the subordinate clause of purpose had begun with “in the kind of way which” (quomodo) or “in such a way as to” (in tali modo quod) it would have been a purpose clause of characteristic which has the power to alter the manner of signification in the main clause, and allow the use of metynomic signification, that is, when a part refers to the whole. Since Pope Benedict did not say anything of that kind, this way of reading the subordinate clause is not possible. Hence it remains invalid.  However, even if a metonymic signification was had, it remains invalid per canon 332 §2, since it would not be duly manifested. Because just as if one were to pronounce marriage vows by saying, “I take you to be my Viennese strudel” instead of saying “I take you to be my wife”, an interpretation would be necessary to be resorted to, to make the phrase signify taking a wife, so in an act of resignation a metonymic manner of signification renders the act invalid because it publicly does not duly manifest the intention.

14. In his act of resignation Pope Benedict XVI declared two things. The First regarding his resignation, the second regarding the convocation of a Conclave “that a Conclave to elect a new Supreme Pontiff be convoked by those whose duty it is”. He would not have said this, if his intention was not to resign the office of the Papacy. Therefore, he did resign the office of the papacy.

Ad obj. 14.: This argument is a conflation of two arguments, one of which has previously been refuted, viz. that one which regards his intention, which was refuted in Ad obj. 2. Here I will respond to the other, that which regards the papal command to convene a Conclave.   That the Pope declared that a conclave be convened to elect a new Roman Pontiff forms the second independent clause of his verb, “I declare”. Thus, it is logically independent and bears no necessity in the alteration of the signification of the first clause, which regards the resignation.  Thus, if the resignation not be duly manifested in accord with Canon 332 §2, that the Pope declares a Conclave be called is a papal declaration which is totally vitiated by the substantial error in his first declaration. Thus canon 188 invalidates the execution of this command. This is especially true, because in the declaration of convocation he does not require the convocation to take place before or after he ceases to be pope, or on a specific date or even during his life time. To see this more clearly, recall the example from the arguments against the validity, wherein a hypothetical pope declares, “I renounce bananas so that on Feb. 28, at 8 PM, Roman Time, the see be vacant” and simply add, “and that a Conclave be convened to elect a new Roman Pontiff”.  As can be seen in this hypothetical, the second declaration does not make the first valid, it just continues the substantial error: a substantial error which also makes the Conclave of 2013 and all the acts of Bergoglio as pope invalid.

15. Canon 332 §2 does require the resignation of office. But ministerium also means office. Therefore, when Pope Benedict renounced the ministerium, he renounced the munus.

Ad obj. 15.: Canon 332 §2 reads as follows:  If it happens that the Roman Pontiff renounce his munus, there is required for its validity alone that it be freely made and manifested rite, and not that it be accepted by anyone whomsoever.  As can be seen from this Canon — which is the only one dealing with papal resignations — the fundamental condition is that the Pope resign his “munus”.  Now while some modern translations translate that as office (English), others as charge (Spanish), others as function (Italian), its clear from the Code of Canon Law that its primary canonical meaning is office. This can be seen from its use in the headings of the New Code for chapters on ecclesiastical offices. This is confirmed by a direct citation of canon 145 §1, where every ecclesiastical office is called a “munus”, not a “ministerium”.  An examination of the Code also reveals that a ministerium is never called an “office”.  Now since the Code of Canon Law requires in Canon 17, that the Code itself be read in accord with the tradition of canonical texts, the sources of canon law and the mind of its legislator (Pope John Paul II), these facts should be sufficient evidence to exclude the possibility that “ministerium” can be read as munus. This is confirmed by the comparison of Canon 332 §2 with the corresponding canon in the Code of Canon Law promulgated under Pope Benedict XV, where it speaks of a Pope renouncing, but does not say what he renounces. Its evident and significant that Pope John Paul II in the 1983 code added the word “munus” to specify what must be renounced to effect a papal resignation. Its also evident that in that Code of Canon Law “ministerium” refers to the exercise of an office. Furthermore, if one examines all previous papal resignations for which there is textual evidence of the formula of resignation, the words which signify office are always found: onus, munus. Ministerium is not found. Proper names for the office are found, such as episcopatus or papatus. Or the dignity resulting from the office is named with the words honor or dignitas. Thus, in accord with Canon 17, all the sources of authoritative interpretation conclude upon 1 result: that a Pope only resigns when he resigns the munus, the office, not the execution of the office, ministerium. Therefore, even if Pope Benedict intended, and in private afterwards asserted or asserts or will assert, that he intended to use “ministerium” for munus, his act of renunciation is invalid on account of that substantial error, in virtue of canon 188, and it cannot be made valid by any subsequent act. It would have to be redone with the word, “munus”. So the argument is invalid by a sophistry, of reading “munus” in its major according to its Latin signification, but reading “ministerium” in the minor according to its vernacular usage. Thus, its conclusion is reached through an undistributed middle term, and thus is invalid also.

16. There is no petrine ministerium without a petrine office, for the two are inseparable according to right and being [secundum ius et esse].  Therefore, although Canon 332 §2 does require that a Pope renounce his munus to validly resign, nevertheless, a renunciation of ministerium is sufficient to effect this, because though “munus” names the papal office in relation to God’s gift of grace and duty, “ministerium” names the same office according to its relation to the Church. Therefore, to renounce the petrine ministerium, is to renounce the petrine munus.

Ad. obj. 16.:  It must be said, that this argument must be responded to by interemption, for it is false in both its major and minor propositions.  In its minor, it is false in being founded upon an error of interpreting the obligations of Canon 332 §2 according to the general custom of the science of theology, and not according to the norm of law. In its major, or premise, it is furthermore false in asserting that ministerium is not separable from office according to right and being [secundum ius et esse].  — In regard to the first, one must respond thus:  For in the science of theology, words can have differing significations in respect of the same or dissimilar things. But all this is praeter rem in regard to a discussion of the canonical signification of an act of resignation of ecclesiastical office, even more so, in regard to an office established by the Incarnate Word of God. For in such a matter, the argument must turn upon the office according to its being in the Divine Will and Intention, not upon the office as it is understood according to the personal theology of the man who is Roman pontiff. This is also true in regard to the Roman Church, whose Bridegroom is not the Roman Pontiff, but Christ Jesus Himself, now reigning in Glory. For that reason, not only is She bound to give the consent of Her will to the Redeemer, but also the assent of Her mind. Therefore, one would propose a manner of observing canon law which would be tantamount to adultery, if one held that it was licit for the Roman Church to regard the signification of a canonical act after the manner of the world, the flesh, or even private interpretation. Thus, not only is Christ by His promise to Saint Peter bound by canon 332 §2, promulgated by His Vicar, Pope John Paul II, to not withdraw the grace and office [munus] unless it be explicitly renounced, so also the Roman Church, which is His most faithful virgin Bride and virgin Spouse. Therefore, the Church must regard the obligations of canon 332 §2 as requiring a renunciation of munus, inasmuch as canon 17 requires that term to be understood in canon 145 §1. Nowhere in the Code of Canon law is a ministerium regarded as the office itself. So even if it was the intention of the author of Non Solum Propter, inasmuch as he was man, to signify the Papal Office in its relation to the service it renders, it does not by that fact alone become an act which the Church can accept as rite manifestatum, for an interpretation would have to be resorted to, and a reading of the text, outside the rules of signification of the Code of Canon law would have to be employed. And as such, it would not be canonically valid, even if one could sustain that it was theologically sufficient. Nevertheless, even if one were to grant that the words ministerium …. commissum spoke of the munus petrinum in its relation to the Church, since nothing is renounced but what is explicitly renounced, the act would effect nothing more canonically speaking than a renunciation of the office inasmuch as it is in such a relation, not of the office itself. And thus it would not be efficacious to renounce nor sufficient to signify the renunciation of the office in its relation to God and His gift of grace. But since this very relation refers to it according to its principle of being [secundum essendi principium] – for it is a gift immediately from Christ and established by an act of His will – such a renunciation does not effect what is essential to it. The act remains, therefore, vitiated by substantial error in its manner of signification, and thus is invalid ipso iure, by canon 188. — Finally, in regard to the premise of the argument, namely, that ministerium is not separable from office secundum ius et esse, it must be said that this is falsified by liturgical and canonical law. For since the suppression of minor orders, the state of the acolyte and lector are termed “ministries” [Canon 230 §1], yet such ministries confer no right to exercise such service at any time, but only the suitability to do so at the request of the celebrant of a liturgical act. Therefore, ministeria are separable in right and being from munus. — Thus, in conclusion, it appears obvious that the entire argument is false, since a conclusion which is drawn from a false premise and a false minor is entirely falsified.

17. The peaceful and universal acceptance of a Pope is caused by and is the effect of a valid papal election. Therefore, since 6 years have passed, even if the resignation of Pope Benedict XVI were invalid, his de facto silence at the usurpation of the Papal Office by Bergoglio is tantamount to a resignation. Therefore, whether the resignation was invalid or not, it now must be regarded as valid.

Ad obj. 17.:  Though, in common law, possession is nine tenths of right, and thus, usurpation can lead to acquisition of right; and though in Roman Law usucapione can obtain legal right to property after a long time, such a principle is not valid for two reasons. First, it is not valid theologically in regard to an ecclesiastical office which was established by Jesus Christ, the Incarnate Word, by an immediate personal act. Of which kind is the office of Pope. The theological reason is this: that no one can snatch anything out of the Hand of the Living God (John 10:28). And thus, no usurpation of the papal office can constrain the Godhead, Who is Infinite Justice and Omnipotence Himself, to transfer the grace of the Papal munus to another.  To hold otherwise, would be a theological impossibility and absurdity. — Second, it is not valid canonically, on account of Canon 359, which specifies that the College of Cardinals has authority to elect a Roman Pontiff only during a sede vacante.  Therefore, if the resignation of Pope Benedict XVi was invalid, there was no sede vacante, and therefore the College had no authority to elect a successor.  — As for tacit acquiescence: it is clear from Church History, that against the claims of an Anti-Pope no rightful claimant of the Apostolic See was considered to have relented merely for not prosecuting his right. Moreover, the argument of tacit acquiescence, however, has no application in the case under dispute, because that one acts on substantial error does not constitute tacit acquiescence, since tacit acquiescence requires the capacity of consent, a thing which is impossible through invincible ignorance in the case of substantial error. — Finally, as regards the universal and peaceful acceptance of a papal election: while this principle is certainly a valid reflex principle for troubled consciences in the case of a valid election, there is no possibility of a valid election when the College had no right to act, for it is contrary not only to Canon Law but to Divine Law to elect another Roman Pontiff while the Pope still lives and has not validly resigned. It is also not valid, as regards its implicit minor: namely, that there has been a peaceful and universal acceptance of the Papal resignation. There has not, as the preface to this disputed question demonstrates. Hence, the application of this reflex principle to the present case is at best praeter rem, and worse a subterfuge.

18. Benedict’s renunciation of ministerium validly effects a resignation of office, because, on account of Canon 10, which expressly says only those conditions of invalidity cause an act to be invalid, since canon 332 §2 speaks of invalidity only regard to liberty from coercion and due manifestation, not the naming of the office, since it was Benedict’s intention to name the papal office, as is evident from his accepting the title of Pope Emeritus, the naming of the ministerium instead of munus does not make the act of renunciation invalid. Furthermore, Benedict as pope is the supreme legislator, therefore he officially interprets the law (cf. Canon 16 §1), therefore he is able to resign the Petrine munus by resigning the Petrine miniserium.

Ad obj. 18.: While it is true that canon 332 §2 speaks of invalidity only in regard to the conditions of the act, nevertheless canon 188 speaks expressly of invalidity of resignations which are vitiated by a substantial error. Now, there is no more substantial of an error in resigning an ecclesiastical office, than to resign an accident of it or its second act of being (ministerium) and believe that in doing so one sufficiency signifies the office (munus). Furthermore, Canon 18 requires that the terms of canon 332 §2 be understood strictly, since the latter canon restricts the one who is renouncing. Therefore, the renunciation must explicitly regard the munus of the papal office, which in that canon and in canon 749 §1, like all episcopal offices (cf. Paul VI, Christus Dominus) in the entire Code, is referred to exclusively as a munus, because it is not merely an ecclesiastical office (officium) or service (ministerium) established by custom or the Church, but is a gift of grace and office (munus) established by the Living God by an immediate Personal Act (cf. Matthew 16:18 ff).  That each such office (munus) can exercise one or more ministeria is not only NOT an argument for the validity of Benedict’s resignation, but nay rather an argument against the validity, on account of canon 188, canon 17 and canon 41 (in the Latin), the latter of which expressly associates ministerium with the mere execution of an ecclesiastical office; and this, because the execution of an office or its services can be renounced by the infirm, who still wishes to retain the dignity of the office, as the history of the Church demonstrates. Thus, in virtue of canon 17, which explicitly requires that the texts of each Canon be understood according to the proper meaning of the words they contain as the context of the Code of Canon Law uses them, the argument drawn from canon 10, here, is invalid because it is praeter rem, that is, applicable only to the conditions of invalidity in canon 332 §2, not canon 188. — If you say, yes, Canon 10 applies only to the terms of validity expressed in Canon 332 §2 and thus allows a broad interpretation of the conditional clause which speaks of a resignation of the petrine munus: then it must be responded, that such a reading of canon 10 would nullify the requirements of canon 17, that terms must be understood properly, or at least fails from insufficiency, since the broad meaning of munus in the Code of Canon Law is officium not ministerium; which sense of officium refers to office, not execution of a ministry. — Regarding Canon 16 §1, it must be said, that yes, Pope Benedict as Pope is the supreme legislator and interpreter of canon law. But he is only legislator, when he legislates; whereas Canon 332 §2 was legislated by Pope John Paul II. Furthermore, though any Pope can officially interpret Canon Law, he must do so by a papal act, not by a substantial error. Thus, canon 16 does not apply in such a case. Nay, rather, Canon 38 expressly rules in this case, when it says: An administrative act, even if it be enacted by a rescript given Motu Proprio, lacks effect to the extent that it harms the rights of another or is contrary to the law or proven custom, unless the competent authority expressly has added a derogating clause. — Finally, as regards the Pope’s manifest intention to resign the papal munus, I have responded to this above in the reply to objections 2, 3 and 4.

19. As Dr. Taylor Marshall sustains on his video, “The Resignation of Pope Benedict: an Analysis”, “ministerium” and “munus” name the same thing: the papal office, therefore to renounce the one is to renounce the other. Therefore, the resignation is valid.

Ad obj. 19.: To a gratuitous assertion, no reply need be made, because it is not an argument. However, against this assertion, one must respond, since it attacks the very nature of reality itself.  For words have meaning, otherwise they would not be signs of communication. And different words can have different meaning, or there would be no reason to use them. Thus human language of necessity sustains the assertion that ministerium and munus can have different significations.  Any dictionary of Latin also sustains this, as anyone can demonstrate who has one. But that ministerium and munus in Canon Law mean the same thing, is entirely false, as has been demonstrated above by referring, in accord with the requirements of canon 17, to the Code itself which in canon 41 associates “ministerium” with the mere exercise of office, and canon 145 §1 which defines an ecclesiastical office as a “munus,” not a ministerium.  Thus, the Code of Canon Law itself uses the terms in different senses, and do not equate their significations as referring to an ecclesiastical office, in the sense that “bishopric” or “papacy” refer to an office. — This is a sufficient refutation according to the norm of Canon Law. But since the assertion conceals a grave error of the kind of Nominalism promoted at Tübingen, it merits to be refuted according to the science of philosophy. For just as there are 10 categories of being according to the Philosopher in his Praedicamenta, so words can be said in reference to one or more category of being. Now in canon 145 §1, the Supreme Legislator predicates munus of every ecclesiastical office. But no where in the Code does he predicate ministerium of any ecclesiastical office, only of roles or services rendered by one who holds an office or in his stead.  Therefore it is clear from canon 17 that this represents in the mind of the Legislator that munus signifies the being of something real, namely an office, but ministerium signifies the action or service rendered by one who holds such an office. Therefore, munus is said to be a substance itself, and ministerium is said of a substance in act. But this is the distinction of being and act, of substance and accident, according to the Praedicamenta.  Therefore, there is a real distinction between munus and ministerium, in the senses used in Canon 332 §2, 145 §1 and canon 41, just as there is a real distinction between any agent and the actions of the agent, though the latter inheres in the former. If this be denied, then the walking of Peter, which in Peter is Peter, when imitated perfectly by Paul would be just as much Peter in Paul as Peter in Peter, which is absurd.  Therefore, the walking of Peter in Peter is not a substance but an accident, like the color of Peter’s skin or the accent of his voice, which can be duplicated in other things, without making them Peter.  Likewise, the Petrine ministry, which is the action or service which the one who holds the Petrine Office should and can render, can be perfectly imitated in another, without making that other the Pope. This is the entire basis for the Roman Curia’s collaboration with every true Pope, when He delegates the execution of some part of his Petrine Munus to Cardinals and Bishops and priests at the Vatican or elsewhere. Therefore, to name the Petrine munus it does not suffice to name the Petrine Ministry (even if it be conceded that Benedict did this, which I have shown is not the case in the arguments of the first part), because just as when Peter renounces his walking, he remains Peter, so when the Pope renounces his ministry, he remains the pope. The semiotic rationale or ratio significandi for this is, that just as substance and accident are separable, so their unity is not necessary; therefore, the signification of the one which is the accident in the other signs no necessary or determinative reference to the one which is the substance. Therefore, in accord with canon 332 §2, which requires a manifestation of liberty and intention which is accord with the norm of law, such a manner of signification is invalid, because it requires an interpretation which the Law does not sustain as possible in accord with canon 17.